IL GUARDIANO SOLITARIO DE «I GALLI»

Positano

Fino al 1938 a Positano non c’era luce elettrica, le piccole stradine erano mal rischiarate da rari lampioni ad acetilene e nelle case si accendevano i lumi a petrolio. I primi stranieri che vi arrivarono dopo la prima guerra mondiale furono i russi e i tedeschi, si trattava di artisti girovaghi: pittori, musicisti, scrittori.

Quegli ospiti stranieri trascorrevano a Positano l’intero anno, bevevano anice e vino di Gragnano, dipingevano, scrivevano, suonavano e alla sera ballavano nelle osterie o sulla spiaggia a piedi nudi, con i giovani pescatori appena scesi dalle barche di ritorno dalla pesca, con i calzoni bagnati di mare, arrotolati al ginocchio, fu in quegli anni che nacque la leggenda del «Paradiso omosessuale».

Intorno agli anni Venti, arrivò dalla Russia, con la moglie Thea, Michail Nikolaevič Semënov, seguace in gioventù di Tolstoi, che aveva incontrato Lenin e Trotskij, che era stato critico d’arte a Mosca e consigliere di Diaghilev a Parigi.

Michail Nikolaevič Semënov

La barba fluente, i capelli lunghi, una grande paglia sulla testa, Semënov abitava in un vecchio mulino di Arienzo, all’ingresso del paese ed ospitò nella sua casa Picasso, Cocteau e Leonide Massine il famoso ballerino e coreografo russo; vestiva sempre di lino bianco, d’inverno si avvolgeva in un mantello nero; era riconosciuto da tutti come il capo della comunità straniera di Positano e ne divenne il simbolo.

La curiosità intorno a Positano cominciò ad accendersi anche tra gli italiani, a cominciare dal mondo del teatro, a metà degli anni ’30, Cesare Giulio Viola un popolare commediografo, trovandosi a Capri, capitò per caso a Positano durante una gita in barca, il posto gli piacque e non molto tempo dopo vi tornò, comprò un terreno e vi costruì una casa.

Positano all’inizio del 1900

Presto lo seguirono molti amici del mondo dello spettacolo: Aldo De Benedetti, Vittorio De Sica, Andreina Pagnani, il critico Sergio Pugliese, lo scenografo Onorato, anche loro comprarono terreni e vi costruirono case di villeggiatura.

Poi venne la guerra e Positano tornò ad essere un borgo di pescatori, rimase solo Semënov; all’indomani dello sbarco di Salerno nel settembre del ’43, il generale Mark Clark comandante in capo delle forze alleate, creò due «rest camp»: uno a Capri e l’altro a Positano, per il riposo dei suoi uomini. A Positano Clark destinò insieme agli ufficiali americani della V Armata, gli ufficiali inglesi delle «Coldstream Guards» le guardie della regina.

E’ facile immaginare quello che accadde, Positano divenne un gran bazar di whisky, cioccolata, sigarette, burro, caramelle, CocaCola e feste all’aperto con le ragazze della fascia costiera che ballavano il boogie-woogie e masticavano il chewingum, e per far dimenticare agli ufficiali alleati la solitudine della guerra arrivavano «da fuori» anche le «segnorine».

A Positano in quel tempo non c’era l’acqua potabile nelle case: la si andava a prendere alla sorgente in montagna e veniva portata a valle in barili a dorso di asinelli, un caso mortale di tifo provocò un grave allarme, il paese pullulava di militari alleati, così che sentite le autorità locali, il generale Clark dette subito ordine di realizzare in breve tempo un impianto idrico e l’acqua arrivò nelle case, nelle fontane e nei giardini.

Ma Positano, «scoperta» da quegli estrosi artisti stranieri, divenuta oramai una località turistica di fama mondiale, terminata la guerra, non poteva restare a lungo un borgo di pescatori e vide il ritorno di intellettuali e celebri personaggi, le Sirene, bellissime e seducenti, pur avendo cambiato aspetto tante volte nei secoli, avevano mantenuto intatto il loro fascino e ancori oggi quei luoghi sono visitate da migliaia di turisti; Capi di Stato e mezza Hollywood si sono recati in quei luoghi, ammaliati dalle loro acque meravigliose e dagli stupendi paesaggi.

Nel dopoguerra Semënov e la sua compagna Thea, strinsero amicizia con Isabella, la moglie di Eduardo, che abitavano la dirimpettaia «Formicola», come veniva chiamato l’isolotto di lsca dai pescatori del luogo, l’autore russo che era nato a Mosca il 15 marzo 1873, morì a Napoli il 4 dicembre 1952 ed i suoi resti sono sepolti nel cimitero di Positano.

L’arcipelago de I Galli

Storia de «I Galli»

Percorrendo la strada che da Amalfi va a Sorrento, affacciandosi alla balaustra che guarda sul mare, all’altezza del territorio comunale di Piano di Sorrento: si scorgono tre isolette, a prima vista poco più che scogli, a circa sei miglia dalla spiaggia di Positano.

Il più vasto, che dà il nome all’intero gruppo, si chiama «Gallo lungo» per via della sua cima a forma di cresta, il secondo, in ordine di grandezza, è detto La Rotonda il terzo I Briganti (sembra che tali nomi sortiscano da vecchie leggende di corsari che vi trovavano rifugio), un po’ più lontano, un altro isolotto denominato Vetara; qualcuno, confondendosi, vi aggiunge anche l’isolotto di Isca che appartenne ad Eduardo De Filippo, ma è più distante e appartiene al comune di Massalubrense.

Sulle tre isolette chiamate «Li galli», come ci racconta Omero (nel dodicesimo canto dell’Odissea), abitavano le Sirene, e un giorno di là passò Ulisse, quando la sua nave si avvicinò, «a un tratto il vento cessò», e in quella calma irreale e minacciosa sentì alzarsi un canto: «Qui presto vieni o glorioso Ulisse, grande vanto degli Achei, ferma la nave, la nostra voce a sentire».

Così cantavano le Sirene. Quante fossero era difficile dirlo: in Omero erano due, nelle tradizioni posteriori tre, o anche quattro, il loro canto era letale, e Ulisse ben lo sapeva, ma, con astuzia riuscì a sopravvivere pur ascoltandole.

Le sirene di Omero erano diverse, la loro trasformazione in donne pesci è solo medievale, nell’antichità classica erano uccelli con il viso di donna, delle Arpie, demoni dell’oltretomba che conducevano i morti nell’aldilà, dove questi trovavano ad accoglierli le Sirene, che li accompagnavano da Proserpina, la regina dell’Ade, non solo senza cantare, ma, ahimè, gracidando e sputacchiando.

Come si spiega che in Omero diventino incantatrici dalla voce melodiosa? Perché nel vasto repertorio di temi popolari comuni alla cultura antica, cui Omero attinge, esistevano delle figure femminili che incantavano con le arti della seduzione, tra cui la donna uccello il cui canto strega il viaggiatore, raffigurata ad esempio nell’antica arte buddista di Giava.

Le isolette offrirono rifugio nei secoli ai pirati (prima greci ed etruschi, poi saraceni) che profittavano delle loro rocce per nascondersi alla vista dei convogli che transitavano al largo di Positano carichi di mercanzie, diretti attraverso le bocche di Capri verso nord.

Sull’isolotto del Gallo lungo vi erano cisterne per la raccolta di acqua piovana, mentre sull’isolotto de I Briganti, vi era una torre del nono secolo dove nel 984, come narra lo storico Matteo Camera, fu accecato il Principe Longobardo e doge di Amalfi, Mansone III.

Leonide Massine

Leonide Massine (nato Leonid Fyodorovič Myasin) nacque a Mosca l’8 agosto 1895 e morì a Colonia all’età di 83 anni. Studiò alla Scuola di ballo del Bolshoi con Gorsky, si diplomò nel 1912 e iniziò la sua carriera di ballerino presso la Compagnia moscovita. L’incontro con Diaghilev mutò la sua vita artistica; ballerino e poi coreografo, l’allievo di Diaghilev, fu il rivale e successore di Nijinski.

L’artista russo comprò l’intero arcipelago de I Galli nel 1922 da Angelina Parlato vedova De Ruggiero, e lo pagò quarantamila lire, tra i grandi e famosi proprietari de I Galli, come Semënov, fu un ospite di quei luoghi dalla «prima ora».

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Picasso e Massine a Pompei

All’epoca le isolette erano brulle con cespugli di capperi, ginestre e qualche fico selvatico, l’artista vi piantò viti, aranci, limoni, legumi, pomodori e altri ortaggi e vi costruì una splendida villa, ponendovi un gigantesco serbatoio e una dinamo, in modo da avere in abbondanza: acqua fresca e calda, ventilatori e altri elettrodomestici.

Massine veniva quasi ogni estate, da luglio a settembre (eccetto la parentesi della guerra) con la moglie Tatiana e i due figli Tatiana e Leonida (lo stesso nome del loro genitori), l’incantevole rifugio rappresentò per anni, l’alternativa estiva al grande albergo di Nuova York, dove risiedeva abitualmente.

L’incanto e la bellezza dei Galli erano luoghi ideali per riposare e lavorare in pace, malgrado sotto la terrazza della villa, manovrando con perizia barche a vela, i giovanotti del posto costeggiavano l’arcipelago nella speranza di sorprendere le «danzatrici discinte» che provavano i «pasdedeux» e le «fouettées» sulla spianata dell’isola o si bagnavano nelle lucide insenature, vestite soltanto di schiuma, come favoleggiavano le cronache dell’epoca.

La madre di Massine, Eugenia, non venne mai a Li Galli, li visitò invece più volte suo padre, Teodoro, professore dell’orchestra del Gran Teatro di Mosca.

I lavori nella torre

All’inizio degli anni ’60, in estate, Massine cominciò dei lavori di ristrutturazione, ingaggiando diciassette operai, tutti di Massalubrense, ai quali fornì vitto e alloggio nell’isola de I Galli, facendoli accompagnare fino a riva sulla costa, ogni sabato sera, e mandando a riprenderli il lunedì mattina.

Lo scopo dei lavori concerneva la trasformazione della torre del nono secolo, già citata, e uno scalo di alaggio nell’isola de I Briganti.

Ma la Sovrintendenza ai monumenti della Campania, diretta dal dottor Riccardo Pacini, notificò a Massine l’ordine di sospendere i «restauri» della torre, in effetti il coreografo aveva iniziato i lavori senza alcun consenso delle autorità cui competeva la tutela del paesaggio e delle opere d’arte, il sindaco di Positano, il professor Giuseppe Vespoli, fu incaricato di occuparsi della vicenda, e autorizzò un’ispezione alle isole, affidando l’incarico al vigile urbano Antonio Mancuso.

I lavori però erano già stati compiuti, continuarono invece i lavori a i Briganti, Massine per sorvegliarli, contrariamente alle sue abitudini, quell’anno restò a I Galli sino a fine novembre.

In quel periodo accadde un episodio curioso che ebbe vasta eco sulla stampa locale, Massine recatosi a Bracigliano, in provincia di Salerno e visto il mare in tempesta, credendo che i diciassette operai si fossero recati al lavoro su I Briganti, e vi fossero rimasti prigionieri, impossibilitati a percorrere il pur breve tratto che li divideva dal Gallo, preoccupatissimo, telefonò alla capitaneria di porto del capoluogo, che provvide ad inviare sul posto il rimorchiatore pesante «Tarentum», riservandosi l’impiego di elicotteri dei vari centri di soccorso».

Una volta giunto sul luogo, l’equipaggio del rimorchiatore verificò che gli operai visto le condizioni del mare, se ne erano rimasti a casa sul Gallo lungo, e che non erano mai andati su I Briganti, stavano benissimo in salute e nel morale, e ringraziavano stupiti di tanto rumore per nulla.

Antonino Iaccarino riceve le chiavi della villa da Leonide Massine (foto Corriere della Sera)

Il guardiano de I Galli

Antonino Iaccarino a ben vedere è stato uno dei personaggi più singolari della penisola, un uomo che — come narrano a Positano — per circa quarant’anni ha vissuto solo e senza mai scendere a terra da quel gruppo di isole, l’arcipelago de «I Galli», ove il coreografo Leonide Massine lo assunse tanti anni fa (la data esatta non si conosce), unico signore nei lunghi inverni di quel suo dominio fatto di rocce e di acqua.

Perché egli lasciò la casa, gli affetti e visse cosi, divenendo in tante cose simile ad un naufrago arrivato su un’isola deserta, quale fu il motivo di quella «fuga dal mondo», non si sa, forse un amore deluso? O fu un bisogno profondo di solitudine nella meditazione della natura che fece di lui un eremita del mare?

Come Robinson Crusoe leggendario personaggio di Daniel Defoe, Antonino visse sulle isole senza mai usare la luce elettrica, senza mai salire su di un’automobile, ignorando deliberatamente tante «conquiste» che l’umanità aveva compiuto.

Come lui stesso raccontò conobbe Leonide Massine perché questi era un amico di un farmacista di Piano di Sorrento, Ottavio Auletta.

Fu a «don Ottavio», che Massine si rivolse per assumere un guardiano per «I Galli», e il notabile carottese gli segnalò Antonino, un contadino tuttofare, secondo di dieci figli, prima di lui Aniello un pittore e poi Salvatore, Giulia, Maria, Germana, Ada, Pietro, Gaetano e Lucia.

Al momento dell’ingaggio Antonino aveva soltanto l’esperienza del servizio di leva compiuto sulle regie navi «Marco Polo» e «Lombardia», con le quali aveva solcato i mari del Nord Africa e dell’Asia Minore.

Fu così che il bravo giovane, salutati i familiari e conoscenti, si trasferì a «I Galli» con una barca su cui caricò attrezzi da pescatore, falegname, fabbro e contadino: un piccolo arsenale; all’epoca Massine, come detto, aveva già fatto costruire un gigantesco serbatoio per l’acqua potabile, inoltre per rendere coltivabile almeno il più ampio degli isolotti, vi aveva fatto trasportare tonnellate e tonnellate di terra e sacchi di sementi di varie piante.

La paga di Antonino era molto modesta, ma a lui bastava, e oltre al compito di custode, per un impegno assunto dal coreografo russo con il Dipartimento del Basso Tirreno, doveva badare anche a un faro della Marina.

In seguito Massine costruì sull’isoletta principale una splendida villa, ma in essa Antonino non abitò mai preferendo la pace del suo robusto capanno, a prova dei venti invernali; ogni tanto, se le condizioni del mare lo consentivano, giungeva il postino che aveva la delega per cambiare vaglia e gli portava dei viveri (gallette, olio, legumi), tabacco, fiammiferi, piombo e polvere per le cartucce e le bombole di gas con cui accendere la fiamma del faro.

Il resto del cibo (verdura, frutta e vino) glielo dava l’isola, da lui man mano trasformata in vigna, orto e giardino, Antonino praticava la caccia al tempo delle trasmigrazioni d’autunno e di primavera e la pesca, le caverne e gli scogli dell’arcipelago erano ricchi di murene, aragoste, gamberi, polipi ed ostriche.

Le capre e i conigli gli fornivano latte, carne e pelli per vestirsi nella stagione fredda e per calzarsi, il sale lo ricavava dal mare, in quanto al barbiere non era necessario: gli bastava un colpo di forbici ogni due o tre anni, e il medico in quarant’anni non fu mai necessario.

Gli incontri di Antonino con il mondo erano rarissimi e mai fuori dell’arcipelago, d’estate, allorché Massine veniva all’isola e vi riceveva amici, Antonino spariva fra i cespugli, d’inverno, ogni tanto, arrivava qualche battello per ripararsi dalla tempesta ed erano gli unici momenti in cui frequentava altri esseri umani.

Ogni tanto a rompere la monotonia e la solitudine dell’isola, accadevano fatti insoliti come quella volta che Antonino scavando trovò delle tombe antichissime (dell’epoca romana) con dentro tanti scheletri, li ripulì, e quando Massine giunse l’estate successiva gli fece trovare ben ripuliti, i reperti trovati.

Nel 1943, vide passare vicino alle isole due piroscafi, udì un tonfo e le urla mentre i mercantili si inabissavano, con tutti gli equipaggi, silurati da un sommergibile.

Nello stesso anno, durante il settembre, si accostarono a «I Galli» alcune navi della Marina britannica, per appoggiare le fanterie alleate in lotta contro i tedeschi, ed aprirono il fuoco verso Monti Lattari.

Ma il tempo passava e un brutto giorno Antonino, ormai anziano cadde dalle rocce e si fracassò alcune costole, fu proprio suo cognato il pescatore Luigi, che giunto per caso lo trovò svenuto e febbricitante e lo trasportò all’ospedale di Sant’Agnello; ristabilitosi le sue sorelle: Maria ed Ada, la prima sposata a Luigi D’Urso, e madre di quattro figli, la seconda rimasta zitella, non vollero che a quell’età ritornasse a starsene da solo su «I Galli».

Antonino Iaccarino (con la barba) e Mariano Cappiello (cortesia del sig. Aniello Russo)

Oramai ritiratosi «sul continente», il solitario guardiano abituato ad anni di solitudine, parlava piano, con frasi tronche e per immagini, cauto, gentile, con una timidezza che gli si leggeva negli occhi rimasti quelli di quando si trasferì sulle isole, lontano dalle cattiverie del mondo, con addosso abiti decorosi, con barba e capelli curati, appoggiato a un bastone di quercia, non rinunciava ogni tanto di andare «da Alfonso», l’osteria di marinai a gustare un buon bicchiere di vino rosso, immerso nel fumo aspro di tabacco.

Antonino trascorse serenamente gli ultimi anni della sua vita a Praiano, circondato dall’affetto della sua famiglia in una casetta appollaiata sulla collina, trattenuta da un muricciolo a secco, circondata dai fitti rami di olivi e limoni, e dalla quale si poteva ammirare l’insenatura fra la punta di Conca e Positano, e l’infinito di quel mare al quale aveva dedicato la sua vita.

Andato in pensione Antonino, ebbe quell’incarico Vito D’Urso che però si sposò e andò a vivere in Inghilterra, lo sostituì un nuovo guardiano Antonino Schisano, detto «o ‘Capitano» , originario di S. Agata, ormai i collegamenti con le isolette erano più frequenti e si effettuavano con due grossi motoscafi, nessuno poteva approdare nell’arcipelago senza una speciale autorizzazione.

I nuovi proprietari

Rudolph Nureyev scoprì Li Galli nel 1984, quando andò a Positano per ricevere il premio intitolato proprio a Leonide Massine, coreografo e ballerino e all’epoca proprietario dell’arcipelago, Massine che nel passato rifiutò di vendere le isolette a Liz Tayolr, cinque anni dopo decise di vendere I Galli al suo “successore” per la somma di 3 miliardi e 43 milioni di lire.

Rudolph Nureyev

Divenuto proprietario, Nureyev in breve ristrutturò quanto c’era da ristrutturare, ma non riuscì a portare a termine i lavori: mori prima. La sua impronta però è ben visibile sul Gallo lungo, dove oltre al faro e all’eliporto, c’è la torre saracena ristrutturata: quattro piani, con 9 stanze, 5 bagni e una palestra, in più la grande villa che il ballerino aveva addobbato con tappeti e mosaici.

D’estate Nureyev abitava quasi sempre nella torre, dove ospitò Franco Zeffirelli proprietario a Positano di villa “Tre Ville”, Vittoria Ottolenghi e pochi altri amici, insieme trascorrevano intere giornate nella quiete dell’isola; d’inverno, come Massine, Nureyev preferiva vivere dall’altra parte dell’oceano, nella villa ai Caraíbi, sull’isola di Saint Bart’s.

La villa “Tre Ville”

Il grande ballerino russo visitò l’arcipelago, l’ultima volta, il 3 settembre del 1992, molto malato, quel giorno comprese che non vi sarebbe più tornato

Dopo la morte di Nureyev nel 1993, l’unico abitante di Li Galli era rimasto l’anziano custode Giovanni, un vecchio pescatore, e quando lui se ne allontanò per andare a ricoverarsi in ospedale, vi restò soltanto il cane del ballerino.

Pur di sfuggire alla solitudine, Ciccio il cane di Nureyev un setter bianco e nero di dieci anni, si tuffò in mare quando capì che nell’isola non c’era rimasto più nessuno. Infatti dopo la morte del suo padrone il cane rimase sull’isolotto del Gallo, accudito da Giovanni, era lui a dare da mangiare all’animale e a preoccuparsi delle altre sue esigenze, ma al suo ritorno dall’ospedale, l’animale era scomparso.

Le isolette furono acquistate da un operatore turistico di Sorrento, ridiventando “italiane”, infatti Giovanni Russo il nuovo proprietario, pur essendo nato in Eritrea è sorrentino a tutti gli effetti, proprietario dell’Hilton Sorrento Palace, l’imprenditore ha acquistato anche villa “Tre Ville” che ha arredato insieme alla sua compagna Nicoletta Fiorucci, affidandosi rigorosamente ad artigiani locali (con opere dei maestri della ceramica vietrese), oppure portando alle Tre Ville oggetti d’arredamento acquistati durante i loro viaggi in giro per il mondo.

Nicoletta Fiorucci, Giovanni Russo and Rula Jebreal

Per concludere c’è da dire che la municipalità del posto tentò più volte di acquisire, durante le varie compravendite, la proprietà dell’arcipelago, ma l’acquisto non andò mai a buon fine, forse per gli elevati costi di gestione; oggi tra i tanti progetti c’è quello del Sorrento Palace Hotel che vorrebbe sui i Galli la creazione di un luogo per party esclusivi.

Luigi Russo

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